In viaggio

Binario 1, Pescara

sulla Transiberiana d'ItaliaC’è il treno di un vecchio e (per chi scrive) glorioso blog (questo) ormai del tutto fermo, giunto al suo capolinea definitivo. C’è poi un altro trenino di blog (per salire a bordo, cliccare sulla foto a fianco) che, seppure molto saltuariamente, senza alcuna regolarità, senza ancora una chiara idea di sé, qualche breve viaggio senza pretese ha ripreso a farlo, in questo primo scorcio di 2013 che per tanti aspetti sarà di certo ricordato come una delle stagioni più brutte – per altri versi (soprattutto politicamente parlando), anche una delle più demenziali – almeno degli ultimi vent’anni, a dispetto degli auspici speranzosi espressi qui, nel post di commiato, poco prima del Natale 2012.
È un periodo assai difficile, che vede l’aggrovigliarsi e l’avvitarsi di tante situazioni da tempo critiche, senza apparenti vie d’uscita nel breve termine. Ciò non toglie che sia anche questo un periodo da vivere fino in fondo, senza troppi freni, senza paure immotivate, con intensità, possibilmente anche con passione, con gusto vero per il viaggio.

Luci e speranza

luci e speranza
Non c’è ancora la certezza, ma… probabilmente si cambia. Con l’anno nuovo, cioè, dovrei cambiare blog. Questa è forse la volta buona, dopo tanti (falsi) annunci nel passato.
Non sto a farla lunga, cercando di spiegare il perché o il per come. C’è semplicemente la sensazione che i tempi siano maturi per compiere questo passo e non tornare indietro: è come avere l’impressione di avere terminato un libro, e non soltanto un capitolo. Perciò, prolungarlo ancora non aggiungerebbe nulla di essenziale; anzi, in gran parte sarebbe la ripetizione di cose già lette, viste e sentite.
Da questo punto di vista, gli ultimi post, dalla ripresa di settembre a oggi, si possono ritenere una ricapitolazione o una summa dei temi principali che hanno caratterizzato il blog nei suoi nove anni di vita, ricalcando quasi passo passo l’evoluzione che, dal 2004 a oggi, ho seguito nei miei interessi extralavorativi chiave, nonché nel mio modo di essere, pensare, dire e fare.
Tenuto conto di ciò e anche del particolare frangente storico che viviamo, in Italia e nel mondo, mi pare sia il momento giusto per chiudere un ciclo e aprirne un altro, o comunque provarci con più fermezza e decisione che in passato, senza il freno a mano tirato della nostalgia.
Non annuncio ancora dove o come proseguirò a tenere un blog con tutti i crismi (sempre se lo farò), e non semplicemente uno o più quaderni per ritagli, foto, appunti e altri sfizi su Tumblr. Ma quando avrò la convinzione di essere su una buona strada, lo renderò noto.
Auguri di buone feste, all’insegna di un umore possibilmente disteso e sereno. E che l’anno nuovo possa essere migliore – più speranzoso, più luminoso – di questo che si sta chiudendo. In tal senso, la foto che ho scelto per questo post di commiato sia di buon auspicio.
Ciao, state bene. n

De politica

(25 maggio 2012)
Leggi e senti dei numerosi sommovimenti politici in corso e pensi: da qui a pochi mesi assisteremo a un rimescolamento totale delle carte, in un tourbillon di nuove discese in campo, nuovi soggetti politici, nuovi leader (forse) e nuove alleanze (forse). Purché alla fine non cambi tutto solo per non cambiare niente, ovvero per ritrovarci con la solita vecchia politica politicata, come dopo gli anni di Mani pulite. A essere franco, però, che voglia di prenderti un anno sabbatico e scomparire da qualche parte, per avere al ritorno il giusto distacco per poter dire se davvero sia cambiato qualcosa oppure se, nei fatti, sia rimasto tutto come è adesso.
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De generationes

(25 agosto 2012)
Un’altra generazione ha cominciato ad andarsene: non più solo quella che fece la seconda guerra mondiale; quella subito dopo, non ancora del baby boom ma della ricostruzione e del boom sì. Non esente da errori o colpe nel suo ingenuo furore ottimistico, ma più d’ogni altra cosa tenace e alacre e smaniosa di trarsi con ogni mezzo dalla miseria e aprire nuove opportunità ai figli, raramente all’altezza delle aspettative in essi riposte.

(16 settembre 2012)
Continuare a ritenere che la tua sia stata una generazione fin qui alquanto inetta, pur avendo beneficiato – grazie ai sacrifici dei genitori e di condizioni al contorno sostanzialmente favorevoli, mai viste prima – di ottime opportunità educative e di un generale, invidiabile benessere. Una generazione rimasta prevalentemente o lungamente a guardare negli ambiti – sociale, culturale, economico, politico ecc. – che contano, coltivando tutt’al più tante sue nicchie minimali, marginali, fortemente autoreferenziali o al contrario illusoriamente idealiste e, così, destinate in partenza al fallimento. A fronte di una generazione precedente che, senza in realtà avere chissà quale preparazione, chissà quale doti, ma credendosela non poco, ha viceversa invaso fin da subito ogni campo, approfittando senza ritegno di ogni nuovo margine di manovra che si venisse via via a creare. Nella sua straripante idea di eccezionalità, nel suo vanaglorioso ritenersi la meglio gioventù mai esistita, ha voluto tutto; a suo modo ha ottenuto tutto; ma – sia permesso dirlo – di fatto ha anche sprecato tutto. La tua generazione invece no. Sarà stato che gli spazi importanti erano già quasi tutti occupati e presidiati con avidità da chi era arrivato prima, che non le andava di sgomitare e combattere o che era soddisfatta così, con quello che aveva o le passavano: ha voluto assai poco (se non in termini di libertà e passioni e piccole gratificazioni personali. Soddisfacendole in linea di massima, ma alla lunga pagando per queste anche prezzi non trascurabili). Ha di conseguenza ottenuto molto meno di quanto ci si potesse o dovesse attendere da essa vista la sua base di partenza. E non avrà ancora sprecato tutto, ma tante chance le ha sciupate anch’essa; e non perché le abbia utilizzate malamente, ma perché non le ha giocate affatto. La sua colpa maggiore, se di questo si può parlare, è perciò non aver saputo/voluto rimboccarsi le maniche e sporcarsi le mani nelle tante occasioni in cui forse era opportuno farlo. È aver continuato a pensare che tanto non ci si poteva far niente se andava in un modo anziché un altro; che era meglio non esporsi, non rischiare. Ed è anche aver creduto che in fondo era ancora presto, che hai voglia quanto tempo c’era ancora – mentre ora scopre di colpo che anche il suo tempo è prossimo a scadere, e non solo quello di chi l’ha preceduta.
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De crisis

(6 maggio 2012)
È un gran (sentir) parlare di crisi economica sull’orlo dell’emergenza sociale, ma a guardarti in giro, il sabato pomeriggio soprattutto, non si direbbe. Ti vedi sfilare tutte queste macchinonze (per sovrappiù, magari guidate da autisti con anellonzo ben in mostra fuori dal finestrino) che, insieme alla vista delle innumerevoli villonze, finite e non, ma tutte con mega recinto di ordinanza, e ai discorsi di chi dal barbiere va in visibilio per le motonze, più ancora che per le patonze, ti fanno pensare che o hai sbagliato tutto tu nella vita (e di sbagli ne hai fatti, hai voglia) e perciò sei solo un poveretto che non ci capisce niente e si perde dietro a cose da nulla, o tutta queste gente dotata di macchinonza, motonza, villonza ecc. la sa lunga e vive, buon per lei, evidentemente su un altro pianeta.

(9 luglio 2012)
Negli anni in cui andava meglio (economicamente parlando), chi più chi meno abbiamo comprato tanta di quella roba in eccesso (principalmente vestiario, ma anche altro, tipo libri e cd) che oggi, pur scartando a piene mani in un’opera di riordino e pulizia, ne resta sempre troppa da cui ci costa separarci, per i motivi più vari, ma che useremo poco e niente. E questo spiega anche perché l’attuale crisi – da abbondanza – sarà lunga con ogni probabilità: appresa la lezione dello spreco, prima che torni la voglia di riprendere a spendere e comprare come un tempo ce ne vorrà. Soprattutto, quando e se torneremo a spendere e comprare, vorremo poca roba, magari costosa, ma di qualità, che valga, che duri; non più quel “cheappume” da cui siamo stati tentati e sommersi in anni recenti.

(25 luglio 2012)
Alla luce delle ultime dalla Spagna, addio mito della «Barcellona si fa bella»? Davvero era più che altro un’operazione di facciata (soprattutto con i soldi altrui) e poca sostanza, come già quattro anni fa presentiva qualcuno di talento, non risparmiando una battuta velenosa verso italiani trasferitisi lì che «magnificano le conquiste spagnole e deridono le arretratezze dell’ex Bel Paese»?