[Un buon terzetto di libri, incontrati più o meno per caso ma subito impostisi alla mia attenzione, si candida a tenermi autorevole e preziosa compagnia nei ritagli di tempo di questo autunno: dopo il già pluri-citato Autobiografia di una repubblica di Guido Crainz, Che fine ha fatto il futuro? di Marc Augé e, da due giorni, frutto di un giro in un Ipercoop, Sillabario dei tempi tristi di Ilvo Diamanti. Cito dalla premessa di quest’ultimo, che mi affascina in modo speciale: per il riferimento alla “tristezza”, certo, con cui posso dire di aver (avuto, almeno) anch’io assidua frequentazione, ora dolendomene, ora invece accettandola e anzi coltivandola, anch’io, per l’appunto, come “un’amica preziosa”; ma anche per altro, molto altro, chiaramente.]

[...] in questi scritti io sono proprio Io. Spogliato delle (auto)difese scientifiche. Dalla pretesa – più o meno fondata e possibile – di essere rigoroso e distaccato. Visto che l’elemento di (auto)analisi, in questo caso, sono apertamente ed esplicitamente – principalmente, se non solamente – io. Insieme al mio mondo. Alle mie relazioni con il mondo, con gli altri, con la politica, con la società. Sono gli scritti dove trova spazio – anzi: enfasi – il mio banale quotidiano. [...] Senza nascondere i miei stati d’animo. I miei sentimenti.
Per questo non mi è stato facile (anche se mi ha aiutato) scrivere questi pezzi, a suo tempo. E non mi è facile, ora, proporli così. Insieme. In fila, seguendo un ordine (solo in apparenza) alfabetico. Offrirli – offrirmi – alla lettura degli altri. Perché significa esporsi, aprirsi, rivelarsi. Mentre a me piace vedere senza essere visto. Non per guardonismo, ma per coltivare l’illusione del distacco. Del disincanto affettivo. [...]
Ma, in effetti, alla fine, questo Sillabario l’ho voluto io. Proprio così. L’ho composto per me. Ne ho scelto perfino il titolo. [...] Anche il riferimento ai “tempi tristi”. Che può suggerire un giudizio di valore. Discutibile. Perché, in fondo, chi può stabilire se questi tempi siano o meno “tristi”. Ovviamente: chi li vive. Chi li attraversa e li valuta. In questo caso: io stesso. La tristezza dei tempi e del mondo che osservo riflette la “mia” tristezza. E la “mia” tristezza dipende e deriva dalla “mia” difficoltà ad accettare quel che mi avviene intorno. A capire e capirmi. [...]
Tuttavia (ci tengo a sottolinearlo in fondo a questa premessa), la tristezza non è un sentimento ostile. Ma può diventare un’amica preziosa, se la frequenti con prudenza e discrezione. Senza venirne travolto, più che coinvolto. Coltivata con misura. Accostata alla “giusta distanza”. La tristezza, Mi aiuta a vivere. A essere meno triste. [...]

Ilvo Diamanti, Sillabario dei tempi tristi, Feltrinelli, 1a ed. Serie Bianca, Milano 2009, pp. 11-13.