Agosto 2009


È stato clemente il tempo, questo fine settimana, malgrado le previsioni e le minacce. Non ha piovuto al concerto di Civitella di De André canta De André, con il cielo percorso da una luna a metà che lentamente è andata a nascondersi dietro la Montagna dei Fiori. Né ha piovuto al nostro ritorno, dopo il gelato santegidiese, mentre dal mare era tutto un bagliore elettrico, e le nuvole correvano veloci a coprire il cielo. E nemmeno ha piovuto ieri, che era festa al paese e ogni anno piove quasi sempre: il cielo è rimasto a lungo coperto, sembrava che a momenti dovesse venir giù un rovescio; invece niente, solo qualche pioviccica, e magari inventata/immaginata. Così, c’è scappata al mattino la passeggiata per le rue di Ascoli a far conoscere «l’angolo segreto di Allevi», poi, sulla scorta di Rumiz, il tempietto di Sant’Emidio Rosso, infine Rrete li Mierghie. E dopo lauto pranzo (più che degnamente introdotto dal connubio tra l’arrosticino abruzzese e l’oliva ascolana, per poi passare alla celebrazione del primo con i maccheroncini di Campofilone e i cannelloni di crêpe della mamma ecc.), e benché il sottoscritto non fosse intenzionato a smuoversi da casa, preso dalla dolce nullafacenza (e con l’assillo di disturbi intestinali vari che si protraevano da giorni – e in condizioni così uno proprio non può stare a ogni piè sospinto a cercare un bar e chiedere un chinotto per mendicare l’uso di un bagno), il pomeriggio è stato coronato da un lungo giro che, partito da quel di Campolungo, presso l’antica e pomposa Villa Sgariglia (ora pomposamente riadattata a resort e ristorante per banchetti), è proseguito per Appignano e poi su su, alle falde nordorientali del monte dell’Ascensione, fino a Ripaberarda e dunque la templarica Castignano, dove ha avuto il suo momento clou (con sapienti discussioni artistiche sul Giudizio universale locale, nella chiesa dei SS. Pietro e Paolo, e quello di Loreto Aprutino, apparentemente lato a e lato b di una stessa opera, e poi considerazioni su sismi vari, di ordine naturale e non, il tutto con il sottoscritto ammutolito e compiaciuto spettatore), quindi ha puntato su Offida, stupenda all’ora di cena in una Piazza del Popolo semideserta) e infine di nuovo a casa, passando alla festa del paese, come ultimo sfizio, ma senza scendere di macchina. In tutto questo, che certo non è stato male, resta però l’inappagata «voglia di pioggia» cantata da De André nelle sue Nuvole.

Era la metà di maggio e in un anticipo d’estate facevo i primi bagni in mare e tornavo con piacere a leggere ad alta voce un libro (trovato per caso in un remainders e pagato solo tre euro) cominciato pochi giorni prima e già citato una volta, anzi due, e che un mese dopo avrei citato di nuovo, per poi lasciarlo stare un po’ lì, fermo, come con molte delle letture a cui tengo di più e che non voglio bruciare in una corsa da cui alla fine potrebbe non restarmi niente. Ora, in questa fine d’agosto che vuoi o non vuoi segna anche la fine dell’estate e dei placidi-esagitati-inebriati-estatici bagni in mare (ma forse qualche scampolo ancora resta), ho ripreso in mano il libro e in pochi giorni (giorni, sì, non ore, perché i miei ritmi sono questi) completato la lettura. Giudizio finale: ottimo; lirico-onirico, ma ancorato profondamente e appassionatamente alla terra, al natio suolo (sardo), le cui voci – e i cui detti, le cui battute e arguzie – si compongono via via per dar forma a un coro polifonico, evocate e involontariamente orchestrate da quel maestro di coro che è il protagonista di questo thriller non thriller, in fuga dalle minacce del futuro, ma chiamato a fare i conti con il passato, fino a scoprire la cura del ricordo e dell’oblio. Un’ultima citazione:

[...] Perché io qui divento più sensibile alle alternanze ritmiche del tempo, mi rallegro del giorno e mi rattristo della notte, come fosse colpa mia, la notte, e il mattino un regalo immeritato. Passo in un’ora molte volte da felicità a tristezza. Dalle finestre antiche, dopo notti stantie, di sogni decomposti, dopo giornate vuote, ho contemplato a lungo il sorgere e il morire di più giorni, al limite del buio il gran miracolo del riapparire delle cose, la polvere dei muri nelle crepe, la scomparsa di tutto dentro la penombra. La pelle d’oca sulle gambe nude, ho contemplato lune bianche e d’oro tra i rami della palma. Di soppiatto ho fermato gli sguardi sulle cose più timide di solitudine, più schiacciate dal tempo, su quelle con più vaste cicatrici. [...]
Ho imparato a sentire a occhi chiusi il gran ronzio del sonno trascurato, ma nelle notti migliori mi rivisitano sogni che paiono i più antichi, sogni di sogni, che passano distanze consentite all’onniscienza del sognare. E il brusio dei ricordi mi attutisce gli allarmi del presente. Se ti tradisce in sogno e nella veglia, se gioca a nascondino e fa sberleffi, il passato è ubbidiente, malleabile, ti cura col ricordo e con l’oblio. Certe cose si fanno come se fossero per sempre, poi si abbandonano per strada. Anche tutto questo? [...]

Giulio Angioni, La casa della palma, Avagliano, Cava de’ Tirreni 2002, pp. 196-197.

Sono stato nel centro de L’Aquila una volta sola: nel 1990. Era il 28 agosto, come oggi, e lo sprone fu che la sera c’era un concerto di Caetano Veloso. Arrivato nel pomeriggio, però, beccai anche il corteo della Perdonanza Celestiniana. Eccone le foto.

perdonanza 1990 #1
(continua…)

sassi sovrapposti

massi incatenati

caciara san giacomo

L’altra domenica, a Santo Stefano di Sessanio, mentre ero tutto preso a fotografare alcuni degli innumerevoli, deliziosi scorci di questo paese dell’aquilano inserito tra i borghi più belli d’Italia, e in particolare i suoi archi, le sue scale, le sue porte, le sue finestre, i suoi “sassi”, a un tratto un altro visitatore ha detto alla donna che era con lui qualcosa del tipo: “Ecco un altro che proprio non ha capito niente: perde tempo a fotografare tutti ’sti sassi, quando potrebbe/dovrebbe immortalare ben altro soggetto”, con riferimento al “soggetto” umano che mi accompagnava. Ora, al di là del fatto che il “soggetto” in questione non ci teneva e in generale non ci tiene molto a essere ripreso (ogni volta tante foto devo anzi farle quasi di nascosto, come rubandole), nell’occasione, oltre che con un sorriso e una battuta a mezza bocca, avrei dovuto rispondere al tipo rivendicando con orgoglio la mia passione per i “sassi” (accanto ai paesaggi e, checché lui o altri ne pensino, naturalmente i bei “soggetti” umani) per la loro intrinseca bellezza e soprattutto la storia che raccontano. Una storia ricchissima, se solo si sa leggerla, nonché antichissima, ben al di là dei decenni, dei secoli, dei millenni della labile storia umana. Ecco perché anche questa domenica, nella mia lunga camminata da casa a San Giacomo e ritorno, non ho potuto fare a meno di lasciarmi affascinare da altri “sassi” e interrogarmi per qualche attimo sulla loro storia e che cosa raccontano. Sopra, tre esemplari (l’ultimo dei quali forse ricorda anche il mio passaggio nelle vesti di operaio forestale, una settimana di marzo di più di quindici anni fa, impegnato con tre colleghi a combattere la processionaria o “pelosa” della pineta retrostante, tagliando prima i rami con i nidi e poi bruciandoli, in parte proprio vicino a questa “caciara”).

[...] Questo è il vero lavoro del fotografo, farci vedere quello che non si può vedere. L’intangibile, il misterioso, il surreale che sta nell’apparentemente reale, in definitiva un mondo tutto suo, particolare, con il quale siamo costretti a fare i conti.
Siamo poveri, poveri di visioni, viviamo in un mondo che dicono essere quello delle immagini, ma non riusciamo più a guardarlo, non siamo più in grado di accorgerci dello spazio, di misurarlo, e crediamo che un altro, di mondo, che così stupefacente non è come invece vorrebbe apparire, possa appagarci. Invece ci sono epifanie che stupidamente si confondono, oscurate dal brutto che ci sommerge e ci offende. Può essere solo una striscia di rotaia, un muro medievale, una stradina di paese, o un edificio che l’occhio sceglie come confine, come parte infinitesima del tutta.
Non c’è altro, sembrerebbe. Eppure questi scatti ci stanno avvertendo che perdendo il paesaggio, che grida la sua muta esistenza, stiamo perdendo la nostra misura vitale. Fotografi come Ennio Brilli tengono in vita ciò che è morto o sta morendo; ciò che non si riesce più a raccontare.
Non è solo merito suo, in quanto le Marche sono ancora – e per fortuna – prevalentemente parte di questo paesaggio e misura del paesaggio. La natura dei nostri paesi sembra ritrarsi, tornare indietro, correre pigra verso l’orizzonte, sembra trattenere qualcosa, e tutto questo è anche parte del nostro ombroso carattere. [...]

Angelo Ferracuti, Viaggi da Fermo. Un sillabario piceno, Laterza, Roma-Bari 2009, p. 77.

L’altro ieri, potremmo dire, niente di ché, ordinaria amministrazione. In mattinata poche balle di fieno da imballare, riportare a casa e sistemare nel baraccone. Poi, pranzo rapido e leggero, poco prima dell’una, mezz’oretta disteso a letto, quindi di corsa in tenuta da corsa, due cose da caricare in macchina e via sulla Salaria verso la patria degli spaghetti all’amatriciana, per correre alle 16 gli 8,5 km (per buona parte in salita) dell’Amatrice-Configno, a quindici anni dall’ultima volta. Il tempo di parcheggiare, ritirare il pettorale, bere e scaldarmi un po’, ed è già la partenza, cauta, al risparmio, anche se per un ampio tratto in discesa, poi arrivano le rampe, fa caldo, si suda un casino, si va su regolare, senza forzare, che non è il caso, in settimana la preparazione quasi non c’è stata, solo quando spiana leggermente, all’ultimo chilometro e mezzo, si prova ad aumentare un po’ il ritmo e tentare qualche sorpasso, ma sempre con moderazione, ché il cardiofrequenzimetro da mo che indica il 90% della frequenza massima teorica, come media alla fine segnerà 170 bpm, mentre il tempo ufficiale sarà di 41’40’’, facendomi classificare 273esimo su 412 arrivati. Corsa poi all’acqua e alle fette di cocomero, e nell’occasione anche peschenoci, dopodiché, anziché attendere il bus navetta, una pesca in una mano e una bottiglietta nell’altra, come da programma si rifà il percorso all’inverso, con una corsa leggerissima, tranne l’ultimo tratto, al passo, raggiunti due della mia stessa società, tra cui il presidente. In macchina, cambio di canotta e giù un’altra borraccia di Enervit, poi si scende, si sale, si scende, tra faggi, carpini, ornelli, castagni ecc. fino a Poggio d’Api, a fare scorta d’acqua super diuretica, quindi lunga discesa per Colle, Spelonca, Faete, Trisungo, Favalanciata, Quintodecimo, Acquasanta, Ponte D’Arli, Mozzano, Ascoli, Marino, e le morbide curve in salita e le piane di casa, alle otto passate, cena tranquilla, due pagine romane e presto a nanna, ché gli occhi non reggono più e… in testa frulla già una mezza idea…
Ieri sì, invece, che è stato un gran giorno. Sveglio alle sei, ma in piedi solo alle sette e mezza, colazione tranquilla, una mezz’oretta di traccheggio poi in quattro e quattro otto la decisione è presa: niente mare e niente giri in macchina, due mezzi panini con la salsiccia, uno con marmellata, due bottigliette d’acqua, macchinetta fotografica, crema solare, semplici scarpe da running, calzoncini da montagna, maglietta di microfibra, cappellino, mantellina per ogni evenienza, zainetto da raid, e alle nove meno un quarto si parte per una “camminata”. “Dove?”, s’informa mamma. “Su”, indicando, un po’ per scherzo e un po’ no, la montagna che si vede da casa, “a San Giacomo”. “Tutte a te devono venire in mente”, fa lei, preoccupata, intuendo che davvero ho intenzione di arrivare fin lassù, pazzo scatenato che non sono altro, certe volte (ma sempre troppo poco, penso spesso tra di me). Morale: torno a casa alle quattro e un quarto, con il contapassi che segna 45.000 e nella macchinetta 135 foto, avendo toccato Villa Lempa, Collebigliano, Cerqueto, Idra, San Giacomo per l’appunto, poi il sentiero dei partigiani, San Marco, Colle, Santa Maria a Corte, San Benedetto, Folignano, Castello, e PdM paese. Cazz… che goduria, e stanchezza pressoché inesistente.
E per festeggiare degnamente la piccola impresa e prendere le misure per la prossima (di corsa, magari), in serata in macchina a Civitella, gelato, qualche brano dei Renassaince for Five e… due biglietti per De André canta De André, sabato prossimo (in ottocento, in piedi, in piazzetta Pepe).

cartello cerqueto
(continua…)

[...] (Da che momento e da dove gli era venuta quell’idea di correre, a quarant’anni, con la parte inferiore delle tibie completamente priva di peli, molte pieghe sulla pancia, due ponti in porcellana nella bocca sempre attaccata alla sigaretta? Probabilmente da dieci anni prima e da un bar di periferia, ma Cesare neanche se lo ricorda più. Stava appoggiato al bancone, nell’attesa che il cappuccino si raffreddasse un poco. [...] E intanto il barista, un collo da tacchino, una testolina pelata, due spallucce, riferiva a un tipo con il cognac nell’alito di una corsa che aveva fatto la domenica prima, su e giù per certi colli, attraverso paesi antichi, fino a imboccare un lungomare inesauribile, la sabbia da un lato e sempre meno gente a sfottere dai bordi. «Era la prima volta, sai, e a un certo punto non pesavo più neanche un chilo, non capivo più niente, dov’ero, perché le gambe giravano da sole, non lo so, mi sentivo niente e felice».
Da lì corre l’idea, probabilmente, o da una notte ancora più lontana, quando il sottoufficiale Bikila arrivò solo e scalzo sul selciato intorno al Colosseo, e Cesare bambino di dieci anni, schiacciato dalla folla contro la transenna, basso da non riuscire quasi a vedere, mentre tutti gridavano ha vinto il negro, Cesare pensò: «ora che è arrivato primo, si fermerà o no?») [...]

Marco Lodoli, Crampi, Einaudi, Torino 1992, pp. 25-26.

[Tantissimi, come si può farsene un’idea nel post precedente, i pezzi commemorativi per la morte di Fernanda Pivano. A piacermi più di tutti, finora, quello di Alessandro Carrera, oggi su «Europa». Qualche passo.]

[...] In Dormono tutti sulla collina, realizzato da Trento spettacoli, la scena è occupata da tre musicisti e da un’attrice, la brava Maura Pettorusso che è anche autrice del testo. È rievocato l’incontro di Fernanda Pivano con i testi di Masters, e la parabola straordinaria che questi testi hanno seguito, ma nello spettacolo c’è di più. Vedere una giovane attrice interpretare Fernanda Pivano in scena ci ricorda che “Nanda” è sempre stata con noi, al punto che ci eravamo dimenticati che una volta era appunto una ragazza di vent’anni che grazie ai suoi maestri, Pavese soprattutto, aveva scoperto la letteratura come solo a vent’anni la si può scoprire, e dietro la letteratura, insieme alla letteratura, un intero continente popolato di personaggi straordinari e lontanissimi, per lo più, dalla figura tradizionale del letterato di casa nostra. Vediamo Maura Pettorusso muoversi sulla scena lentamente e pensosamente, cercando di teatralizzare (cosa difficilissima) un lavorio mentale, le riflessioni e i sentimenti che guidano la giovane traduttrice verso i testi che segneranno l’inizio della sua storia d’amore con la letteratura americana.
Che una traduzione, questo lavoro spesso così sottovalutato dagli stessi scrittori e lettori che ne beneficiano, possa aver acquisito un tale fascino con il passare del tempo, ha del miracoloso, ma è appunto una “prima radice” d’amore quella che scorgiamo al di sotto dei versi di Masters resi in italiano. Fernanda Pivano, per tutta la sua vita, non ha fatto altro che testimoniare questa semplice verità: che senza un innamoramento per la parola e per il mondo che sta oltre la parola, la letteratura non vive e non sopravvive.
Non c’è filologia, non c’è storiografia, non c’è prospettiva critica che tengano. Tutte queste cose vengono dopo, se vengono. Ma se non c’è éros all’inizio dell’avventura letteraria, alla fine non ci sarà nemmeno un lógos.
[...] Ma Eros è un dio che abbaglia. Il rifiuto radicale e programmato di ogni distanza critica dagli scrittori e dai musicisti da lei amati è ciò che rende gli scritti di Fernanda Pivano affascinanti anche quando sono irritanti, indispensabili anche quando sono insopportabili, come può essere insopportabile un’amica che ti racconta sempre tutto, o ti racconta sempre le stesse cose, ma finisce che le vuoi bene ancora di più perché sai che dietro l’aneddoto, la cronaca dell’incontro, la posa commovente di chi ti ripete «Pensa a me, piccola me, in mezzo a tutti quei grandi» sta una determinazione inflessibile e un lavoro durato tutta la vita. Non ha veramente importanza che le traduzioni da Edgar Lee Masters non fossero esenti da difetti. Non lo sono nemmeno quelle dei traduttori (tre, se non vado errato) che dopo di lei hanno affrontato lo stesso testo. A tutt’oggi, non esiste ancora una traduzione italiana del tutto soddisfacente dell’Antologia di Spoon River.
È ovvio che sia così, la traduzione è un lavoro infinito e dev’essere ripreso a ogni generazione. Ma il nuovo traduttore non sempre scaccia l’antico. Fernanda Pivano aveva lavorato ai suoi tempi in condizioni “eroiche” che ci rendono preziosi anche certi vecchi difetti. Io sono tra coloro, e non siamo pochi, che hanno sgranato gli occhi e fatto un salto sulla sedia leggendo per la prima volta Urlo di Ginsberg nella traduzione della Pivano, pubblicata nell’antologia Juke-Box all’idrogeno del 1971. In quel caso Fernanda aveva avuto la fortuna di poter consultare direttamente l’autore, e credo che quella traduzione resista ancora magnificamente.
Ne sono apparse altre. Saranno forse più precise, ma io non potrei cambiare il Ginsberg di Fernanda Pivano con quello di nessun altro.

Alessandro Carrera, Nanda e l’eros che abbaglia, «Europa», 20 agosto 2009.

[Sarà fondamentalmente per la mia natura di traduttore anomalo, arrivato alla traduzione per vie molto traverse, non prettamente letterarie, ma devo confessare di non aver fatto mai parte della cerchia dei devotissimi ammiratori di Fernanda Pivano (né, se per questo, di quella – che pure esiste – dei suoi denigratori a vario titolo). Tuttavia, per chi, se non per lei, rispolverare l’antica passione segnalatrice in tema di traduzioni e traduttori, dedicandole un piccolo tributo, con i link ad alcuni dei pezzi online più significativi (in ordine di apparizione su Google News => post in divenire) a seguito della sua morte, ieri a Milano, a 92 anni.]

Chiusa la prima giornata traduttiva del dopo ferie, con un pezzo lungo, uno breve e uno brevissimo – per un totale di poco più di 13 cartelle da 2000 battute – progressivamente tradotti e consegnati, senza troppi patemi, a partire dalle 7.30 per finire alle 18.30. Si ricomincia domani sul presto, con altro ancora tutto da mettere a punto. Mentre per stasera l’alternativa è tra andare a fare una corsetta in vista dell’Amatrice-Configno di sabato oppure portarsi avanti con il lavoro campestre e, agganciato l’aratro al trattore, fare qualche solco di prova fino a trovare la regolazione giusta, per poi, nei prossimi giorni, col fresco, darci sotto per chiudere in poco tempo anche questa incombenza. Mi sa che opterò per la seconda ipotesi, rimandando la corsa a domani o dopodomani. Prima di tutto, però, di corsa a mangiare, ché altrimenti ci si sfinisce troppo e/o troppo presto.

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