È stato clemente il tempo, questo fine settimana, malgrado le previsioni e le minacce. Non ha piovuto al concerto di Civitella di De André canta De André, con il cielo percorso da una luna a metà che lentamente è andata a nascondersi dietro la Montagna dei Fiori. Né ha piovuto al nostro ritorno, dopo il gelato santegidiese, mentre dal mare era tutto un bagliore elettrico, e le nuvole correvano veloci a coprire il cielo. E nemmeno ha piovuto ieri, che era festa al paese e ogni anno piove quasi sempre: il cielo è rimasto a lungo coperto, sembrava che a momenti dovesse venir giù un rovescio; invece niente, solo qualche pioviccica, e magari inventata/immaginata. Così, c’è scappata al mattino la passeggiata per le rue di Ascoli a far conoscere «l’angolo segreto di Allevi», poi, sulla scorta di Rumiz, il tempietto di Sant’Emidio Rosso, infine Rrete li Mierghie. E dopo lauto pranzo (più che degnamente introdotto dal connubio tra l’arrosticino abruzzese e l’oliva ascolana, per poi passare alla celebrazione del primo con i maccheroncini di Campofilone e i cannelloni di crêpe della mamma ecc.), e benché il sottoscritto non fosse intenzionato a smuoversi da casa, preso dalla dolce nullafacenza (e con l’assillo di disturbi intestinali vari che si protraevano da giorni – e in condizioni così uno proprio non può stare a ogni piè sospinto a cercare un bar e chiedere un chinotto per mendicare l’uso di un bagno), il pomeriggio è stato coronato da un lungo giro che, partito da quel di Campolungo, presso l’antica e pomposa Villa Sgariglia (ora pomposamente riadattata a resort e ristorante per banchetti), è proseguito per Appignano e poi su su, alle falde nordorientali del monte dell’Ascensione, fino a Ripaberarda e dunque la templarica Castignano, dove ha avuto il suo momento clou (con sapienti discussioni artistiche sul Giudizio universale locale, nella chiesa dei SS. Pietro e Paolo, e quello di Loreto Aprutino, apparentemente lato a e lato b di una stessa opera, e poi considerazioni su sismi vari, di ordine naturale e non, il tutto con il sottoscritto ammutolito e compiaciuto spettatore), quindi ha puntato su Offida, stupenda all’ora di cena in una Piazza del Popolo semideserta) e infine di nuovo a casa, passando alla festa del paese, come ultimo sfizio, ma senza scendere di macchina. In tutto questo, che certo non è stato male, resta però l’inappagata «voglia di pioggia» cantata da De André nelle sue Nuvole.









