[...] Quelli che per caso si siano imbattuti in nostre traduzioni già conoscono le nostre idee in proposito e come abbiamo cercato di tenervi fede. Per noi la traduzione dev’essere un atto d’amore e, come tale, attenersi fedelmente a quello che l’originale ha voluto dire e al modo in cui ha voluto dirlo. E cominciamo con l’affermare che un poeta tradotto in prosa non ha per noi nessun significato: per la semplice ragione che, se in prosa egli avesse voluto esprimersi, lo avrebbe già fatto lui per suo proprio conto.
Alla poesia è doveroso accostarsi col rispetto che meritano le più alte manifestazioni dello spirito: e, per quanto si possa sostenere che v’è poesia in prosa e prosa in poesia, questo non vuol dire assolutamente nulla: la poesia in prosa è rarissima e, anche quando c’è, è fuori dai suoi panni; e quanto alla prosa in poesia, non vediamo perché ci se ne debba occupare; che se se è prosa, là resti, anche se l’autore ha voluto presentarcela in versi. [...]
Il fatto è che questa, la poesia, ha un suo linguaggio, vuole quel suo linguaggio. Ha bisogno di un suo ritmo, di una sua rima quando con la rima è nata, anche di una sua enfasi. È sorta così, come sorgono i fiori del campo: i quali non si sostituiscono con quelli di plastica; e la traduzione in prosa è appunto un fiore di plastica, quando pure lo è. Come può esserlo anche tante volte, naturalmente, una traduzione in verso.
Ma oggi si tende a, come si dice, tutto demitizzare, cioè rapportare tutto agli scanzonati tempi moderni. [...]
Enzio di Poppa Vòlture, introduzione a Luís Vaz de Camões, I lusiadi, Sansoni, Firenze 1972, pp. XIX-XX.