[...] il maggio ’68 ha respinto, nella tradizione della Rivoluzione francese, la duplice tutela della tradizione e dell’autorità e aperto così una crisi profonda in ambito educativo. I figli del baby-boom, nati in famiglie classiche in cui dominava il potere paterno, si sono affrettati, una volta diventati genitori, a distruggere i ruoli di padre e di madre, assimilati a despoti che torturavano i loro rampolli. E poiché la sola parola d’ordine di quegli anni era «Fa ciò che vuoi», i giovani uomini e le giovani donne che hanno avuto dei figli dopo il ’68 hanno spesso trasmesso loro solo l’odio nei confronti della trasmissione. Peggio ancora: molti non hanno mai voluto essere degli adulti, ma piuttosto degli amici, fratelli o sorelle maggiori che non insegnavano altro che a fare i propri comodi.

Pascal Bruckner, Il maggio dell’edonismo al potere, traduzione di Monica Fiorini, «Il Sole-24 Ore», 30 marzo 2008, p. 44.

D’accordo che con i giovani non bisogna stancarsi di dialogare. Ma ogni tanto non guasta qualche vaffàn.

Luca Goldoni, Il lavoro che c’è ma che nessuno vuole. Troppi filosofi, mancano i carpentieri, «il Resto del Carlino», 30 marzo 2008, p. 27.

Non voglio fare qui della facile sociologia: non ne ho la competenza. Ma credo che questo scadimento di stile che ci circonda dipenda da un sentimento di rifiuto per questo mondo che così com’è non ci piace per niente. Dichiaro senza ritegno il mio rimpianto per una convivenza che ho conosciuta da bambino dove ancora si praticavano, per educazione o anche solo per disciplina, le buone maniere.

Ermanno Olmi, Italiani, maleducata gente, «Il Sole-24 Ore», 30 marzo 2008, p. 33.

L’unico modo per ritrovare la motivazione, per me, è porre un limite ai segnali inquietanti che provengono dall’esterno, e tenere lo sguardo puntato sul fascio di bozze che ho sulla scrivania, sulla pila di manoscritti da esaminare, sul file del testo da impaginare: concentrarmi – come un musicista in studio di registrazione – sul processo concreto, tecnico, da cui nascerà l’oggetto che, in sé, mi sembra comunque e sempre rendere valido il lavoro che faccio, a prescindere dalla diffusione e dalla capacità di impatto che riuscirà ad avere [...].

Martina Testa, L’editoriale, minimum fax, 31 marzo 2008.

C’è allora, in qualche modo, in questo disco della [Cristina] Donà uno o più dei motivi per cui è bello essere donne. La capacità di creare, di dare la vita. La capacità di essere contemporaneamente ombra e luce. L’ambizione, se non la speranza, di riuscire a gestire il dolore. Le chiedi con cosa è che amoreggia di più, quando scrive una canzone: se con la pienezza della vita o con tutto quello che manca. Lei risponde: «Con entrambe. Parto da cosa mi manca, poi però noto che nelle canzoni arriva il riscatto, arriva il compenso, e prima che la canzone finisca. Sarà anche il mio ottimismo, il mio vedere il bicchiere sempre mezzo pieno… Si tratta di imparare che ciò che manca, ovvero il dolore, è lo stimolo. Poi sta a te gestirlo, descriverlo. Per dare valore alla vita, è necessario dare un perché alle cose. Riempirli, i vuoti. Imparare a valutare la negatività, senza negatività. È difficile», sorride.

Chiara di Clemente, L’intervista: Donà. «Io, alle radici dell’amore». La cantautrice si rilegge in versione acustica, «il Resto del Carlino», 30 marzo 2008, p. 30.

Il problema del lavoro femminile richiede una svolta epocale nel welfare (e mariti meno inetti). Altrimenti la società del futuro sarà grigia e avvizzita.

Giorgio Barba Navaretti, Wonderwoman ci potrà salvare, «Il Sole-24 Ore», 30 marzo 2008, p. 39 (recensione a Maurizio Ferrera, Il Fattore D, Mondadori, Milano 2008).