Non sono mai stato un grande fan di Vasco Rossi, nel senso che, pur apprezzando molte sue canzoni, non ho mai comprato un suo disco o assistito a un suo concerto: non eravamo evidentemente sulle stesse lunghezze d’onda, umori ed esperienze erano molto dissimili, l’approccio alla vita è stato a lungo troppo diverso. Ma ascoltando alla radio la canzone che dà il titolo all’ultimo disco, e dopo aver letto e visto qua e qualche intervista promozionale, trovo che il Vasco nazionale comincia a parlare un po’ di più anche a me (sarà lui che è cambiato, sarò io, chissà?) e non escludo di prendere il cd (concerti in vista per ora no) e approfondire con l’ascolto ripetuto i temi di cui tratta, confidando anche in qualche giro armonico e riff di chitarra di grande presa (con Slash che suona in Gioca con me direi che si può andare sul sicuro). Per ora, come a tanti altri, a risuonarmi nella testa sono gli ultimi versi del Mondo che vorrei: «Non si può fare quello che si vuole / non si può spingere solo l’acceleratore / guarda un po’ ci si deve accontentare / qui si può solo perdere / e alla fine non si perde neanche più!». Un po’ come ieri allo stadio, con quel 2-2 contro il Bologna raggiunto in extremis, al 94-esimo, dopo aver imprecato a gran voce per quasi tutta la gara contro arbitro e guardalinee che non ne azzeccano una, contro questo o quel nostro giocatore del tutto inconcludenti, contro l’allenatore che non fa mai i cambi giusti o al momento opportuno. Ma, in fondo, averne di partite così, di gioie e liberazioni finali così, di vite sempre così!