[...] Durante la Seconda guerra mondiale Arthur Koestler definì «Urlatori» [Screamers] quei pochi frustrati che sui giornali e in incontri pubblici alzavano la voce contro le atrocità naziste. Gli Urlatori riuscivano a raggiungere gli ascoltatori per un momento, scrisse Koestler, giusto per vederli scuotersi «come cuccioli bagnati» e tornare al regno beato dell’ignoranza e del non coinvolgimento. «Puoi convincerli per un’ora», osservò Koestler, ma poi «comincia a operare la loro semi-difesa mentale e, tempo una settimana, la scrollata di incredulità è rientrata come un riflesso temporaneamente indebolito dallo choc». [...] Tutti gli Urlatori dei nostri giorni hanno trattato il silenzio come fosse un ulteriore crimine contro l’umanità. [...]


Samantha Power
, Voci dall’inferno. L’America e l’era del genocidio, Baldini Castodi Dalai editore, Milano 2004, pp. 696-697.

Ispirato a questo libro, e prendendo il titolo proprio dalla succitata definizione di Koestler, è da pochi giorni nelle sale cinematografiche statunitensi Screamers, documentario dall’attivista Carla Garapedian che «esamina il motivo per cui continuano a esserci genocidi – da quello armeno del 1915, alla Shoah, la Bosnia, il Ruanda e adesso il Darfur – attraverso gli occhi e la musica dei System of a Down, gruppo rock di Los Angeles, vincitore di premi Grammy, i cui membri sono tutti discendenti di sopravvissuti del genocidio armeno». Per maggiori informazioni, vedi il sito ufficiale e, tra le altre, la recente presentazione su Al Jazeera, in collegamento con l’assassinio, venerdì a Istanbul, del giornalista turco di origini armene Hrant Dink, reo – come del resto il premio Nobel Orhan Pamuk o la scrittrice Elif Shafak – di aver cercato di far conoscere la verità sul destino degli armeni durante la prima guerra mondiale. Il tutto senza dimenticare che il 27 gennaio è il Giorno della Memoria della Shoah.