[...] Le epoche trascorrevano. Sprofondato in se stesso, circondato da aspri deserti di pietra, il monte morente si perdeva dietro i suoi sogni. Com’era stato un tempo? Stancamente, durante la notte, rimuginava ricordi ammuffiti, cercando di ricomporre, inquieto, legami spezzati, sempre più si chinava sull’abisso del trapassato. Per caso anche dentro di lui, in tempi lontanissimi, non era stato un sentimento di comunione, un amore? E non era stato anche lui, il solitario, il grande, uguale tra uguali? E all’inizio delle cose non era accaduto che anche a lui una madre avesse cantato la ninnananna?
Rifletteva e rifletteva, e i suoi occhi, i laghi azzurri, si facevano foschi e grevi, e si trasformavano in paludi e acquitrini, e sopra le distese d’erba e le piccole macchie fiorite rotolava pietrame. Il monte rifletteva e da lontananze infinite gli giungevano suoni incerti, vaganti, una canzone, una canzone umana, e il monte tremò di doloroso desiderio al riconoscerla. Udiva le note, e scorse un uomo, un giovane che, tutto avvolto in suoni, si librava nel cielo pieno di sole, e cento ricordi seppelliti ne furono riscossi e cominciarono a fluire e a dilagare. Vide un volto umano dagli occhi scuri, e gli occhi gli chiesero ammiccando: «Non vuoi esprimere un desiderio?».
E il monte espresse un desiderio, un silente desiderio, e mentre lo faceva, ecco che da lui se ne andò quel tormento, quel dover di continuo pensare a cose così lontane e svanite, e tutto ciò che gli aveva fatto male lo abbandonò. Il monte e la terra circostante crollarono su se stessi, e là dove un tempo era stato Faldum si estese, frusciante, il mare infinito, e su di esso passavano, alternandosi, il sole e le stelle.

Hermann Hesse, Faldum (1915), traduzione di Bruna Maria Dal Lago Veneri, in Leggende e fiabe, Grandi Tascabili Economici Newton, Roma 1988, p. 256.