Oggi pomeriggio, approfittando di un’invitante offerta del centro benessere collegato alla mia palestra/piscina, mi sottoporrò in rapida successione a due sedute – non complete, sicuramente, ma gratuite! – di osteopatia e di riflessologia plantare. A incuriosirmi è soprattutto la seconda, e questo dai tempi – ben dodici anni fa, e proprio di questi giorni – che tradussi il pezzo qui sotto. E sono pure curioso di vedere, dopo, se avrò ancora la forza per correre.

«Internazionale», n. 209, 28 novembre 1997

La riflessologia è una terapia alternativa che collega gli organi del corpo a punti specifici dei piedi. Una giornalista di Asiaweek è andata a vedere come funziona

Il massaggio ai piedi che cura il corpo

CATHERINE SHEPHERD, ASIAWEEK, HONG KONG

I miei piedi penzolano nudi dal bordo del lettino. Con la coda dell’occhio vedo una donna stropicciarsi le mani, sicura del fatto suo. La donna si siede, afferra i miei piedi e li massaggia come l’allenatore di un atleta prima di una gara. Ma non mi aspetta una corsa: nella prossima ora, infatti, dovrò semplicemente stare sdraiata sul lettino e cercare di rilassarmi mentre lei palperà, stringerà ed esaminerà la pianta dei miei piedi. Si tratta di una seduta di riflessologia, la terapia alternativa che si basa sull’assunto che ogni organo e ogni elemento dello scheletro abbiano terminazioni sulla pianta dei piedi, stimolando le quali si può migliorare la salute e il funzionamento della parte del corpo a esse collegata.
(continua…)

[...] Memory is the sense of loss, and loss pulls after it. [...] There is so little to remember of anyone—an anecdote, a conversation at table. But every memory is turned over and over again, every word, however chance, written in the heart in the hope that memory will fulfill itself, and become flesh, and that the wanderers will find a way home, and the perished, whose lack we always feel, will step through the door finally and stroke our hair with dreaming, habitual fondness, not having meant to keep us waiting long. [...]

Marilynne Robinson, Housekeeping (1980), Picador, New York 2005, pp. 194-195.

L’altra domenica a Controguerra era così, perfetta estate di san Martino; oggi è ancora quasi esattamente lo stesso, per quanto sia tempo che cambi e cominci a fare più freddo. (Foto di loscopriremosoloscrivendo.)

Completato il trittico delle corse di fine anno nel teramano: due domeniche fa Montorio, quella dopo Controguerra, ieri Castelnuovo. E completati anche i primi quattro mesi ufficiali da aspirante runner, con un totale di dieci gare, portate tutte al traguardo: quattro 8-8,5 km, quattro 10 km, una 15 km, una 33 km. Esordendo in salita con un tempo di 5’34’’ al km, e chiudendo in un circuito ondulato intorno ai 4’20’’. In mezzo allenamenti ora assidui e regolari, ora completamente saltuari e sballati. Adesso ci potrebbe essere la tentazione di tirare per un po’ i remi in barca, fino ad anno nuovo. Invece è proprio adesso il momento di cominciare a preparare per bene l’attività del 2010, avendo già stabilito un primo e importante obiettivo: correre e portare a termine – se possibile in tempi ragionevoli, e non a pezzi – la prima maratona (Roma, 21 marzo). Perciò, intensificazione e regolarizzazione degli allenamenti. E cura di altri dettagli: visita dall’osteopata, verifica posturale, eventuale plantare, nuova risonanza ecc. Per far sì che si moltiplichino le situazioni di benessere. (Come ieri, nel dopo gara, ad Atri, e come ben illustra la foto sotto, di loscopriremosoloscrivendo – partner, si spera, anche in una prossima gara a staffetta ;-))

Per citare un brano dei Tiromancino: «non so cosa farò / non mi farò troppe domande, / so solo che vivrò / e questo forse è più importante». Qualcosa in realtà lo so di cosa farò, in questo fine settimana: tradurrò sodo, almeno domani, e domenica sarò a Castelnuovo Vomano per l’ultima gara del II criterium Piceni & Pretuzi Running. Poi, per davvero, vale in pieno il messaggio della canzone – “È necessario” – di Federico Zampaglione:

Io so che non è facile
riuscire a proiettarsi nel futuro
immaginando come sarà
la vita andando avanti;
le scelte che farò
saranno sempre più importanti
dei dubbi che ho
che oggi sono ancora tanti.

È necessario che io sia coerente con me stesso
per dare il peso giusto e un senso a tutto il resto
ed è importante che non faccia cose in cui non credo
per non confondermi e dover tornare indietro…
è necessario, è necessario…

Oggi è un nuovo giorno
e se vorrò potrò passarlo meglio,
guardando verso il sole
cercando il tuo sorriso al mio risveglio;
non so cosa farò
non mi farò troppe domande,
so solo che vivrò
e questo forse è più importante…

[...] Come avrebbero spiegato tanti anni dopo alcuni artisti invitati per una mostra a confrontarsi con il massacro di Pier Paolo Pasolini e il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, certe volte nella storia si creavano delle accelerazioni, dei vortici scuri, in grado di ingoiare tutto, il bene e l’assurdo male assieme, e lasciare solo vuoto e silenzio. Anche l’assassinio di Roberto Peci era un buco nero. La sua tragedia, sua e della sua famiglia, era la nostra tragedia. Era la tragedia d’un paese ed era un buco nero. In quel buco nero stavano per finire un mare di cose, pure una piazza tutta intera. Vite, anni, giovinezze, lotte, lavoro, speranze, idee, generazioni a venire. Questi momenti atroci erano destinati a lasciare solo macerie; buio e silenzio, lutto e dolore. Senso di colpa e rancori, sospetti mai provati. Da quei buchi neri non usciva nessun insegnamento, nessun inizio, nessuna vaga luce. Ed erano gorghi che attiravano al loro centro qualsiasi cosa, anche la più lontana, la più periferica al loro diabolico mulinare. [...]

Silvia Ballestra, E il vento degli Ottanta portò via con sé i ragazzi degli anni 70, «l’Unità», 18 novembre 2009.

Giusto una settimana fa, riproponendo un articolo di Beniamino Placido che faceva un bilancio degli anni Ottanta, indirettamente avanzavo il pronostico che presto sarebbero cominciati a uscire i primi giudizi «degli anni Zero del Duemila, tra poche settimane in scadenza e, dunque, sicuramente oggetto di numerose analisi». Pronostico subito centrato! «Repubblica» di oggi, infatti, apre la sezione R2 Cultura con un pezzo di Giorgio Falco sull’arrivo in libreria, domani, dell’antologia (a cura di Carlo Antonelli) Gli Anni Zero. Almanacco del decennio condensato (ISBN, 332 pagine, 19 euro). Un paio di passi che mi sembrano cogliere bene nel segno (e rafforzano in me la convinzione che, in fondo, anche questo è stato un decennio in buona parte “sprecato”: all’inizio sembrava promettere molto, trasmetteva energia; ma in breve si è rivelato, quantomeno a tratti, se non un vero incubo decisamente un sogno mal riuscito. Con un lato positivo, però: benché tardivo, e forse ancora non del tutto consolidato, un richiamo finale alla realtà):

[...] Mi sono chiesto se fosse più adeguata la definizione decennio condensato o piuttosto decennio concentrato, ma concentrato, oltre a qualcosa di ristretto e soprattutto assorto, prevede l’eliminazione – come nel caso delle conserve – dell’acqua. Condensato, benché simile nel processo, pare più morbido e asettico, quasi materno e alieno latte condensato, e questi anni violenti e tragici ci hanno abituati – almeno nella parte di pianeta che consideriamo essere il mondo – all’occultamento, all’evanescenza. Condensato dà l’idea di trasformazione e non di eliminazione, trasformazione continua per una vita allestita sotto una grande cappa, che alterna il vapore alla liquidità, al sole beige accecante. [...]
L’Italia di questi anni è stato un luogo potente, una nazione faticosa, sfinente e stimolante in cui vivere. Gli anni zero lasciano la vertiginosa oscillazione collettiva tra indifferenza e indignazione, due stati d’animo che a prima vista sembrano opposti, ma in verità quasi coincidono, perché entrambi delegano l’azione a qualcun altro, soprattutto quando l’indignazione si esprime in sterili campagne web, surrogati delle nostre voci, quelle vere. Almeno nella segretezza dei nostri pensieri indifferenti, si combatte, a volte, qualcosa, mentre l’indignazione è oscena, si risolve tutta in se stessa, platealmente, e quasi mai porta ad agire, attende da dio, dal poliziotto, dal giudice, dal caporeparto, dal numero di contatti la risoluzione di quel sentimento.
Sono stati anni in cui abbiamo accettato una pellicola tra i fatti e la narrazione dei fatti, e quella pellicola è diventata tutto, il camuffamento visibile del reale, grazie al quale abbiamo creduto di raggiungere – con la continua messa in onda di immagini, parole e suoni – una vicinanza maggiore [...]

Giorgio Falco, Gli Anni Zero. Dalle Due Torri a Jackson, benvenuti nel decennio irreale, «la Repubblica», 18 novembre 2009, p. 59.

Mettendo insieme Le mot du jour (dal Boch V edizione) di ieri

adonner (s’)
A
v. pron. ( coniug. 3 aimer)
1
dedicarsi: s’adonner à la lecture, dedicarsi alla lettura
2
darsi: s’adonner à la boisson, darsi al bere
B
adonner v. intr.
(
mar.) ridondare (detto del vento).

con quella di oggi

ardeur
s. f.

ardore
(m.): l’a. du soleil, l’ardore del sole
(fig.) l’a. de la lutte, de la passion, l’ardore della lotta, della passione
(fig.) l’a. des sens, l’ardore dei sensi; (fam.) modérez vos ardeurs!, datevi una calmata
(fig.) travailler avec a., lavorare con ardore.

viene fuori un bel leitmotiv per le ore, i giorni, le settimane, i mesi a seguire – purché l’oggetto di tale ardore sia mediamente degno.

a tavola al ristorante Da Iolanda, Castelli (TE)

Per chiudere la settimana senza farsi sopraffare da nostalgia o malinconia o di peggio ancora, un’immagine che invita a sedersi a tavola con compagni e amici e, per quanto possibile, pensare – ma anche agire – al meglio. Se poi siete dalle parti del teramano, e meglio ancora di Castelli, andate pure al ristorante Da Iolanda e, oltre a mangiare su piatti così, gusterete squisite specialità (come da prova sul campo, la scorsa domenica). Se invece questa domenica siete sempre in zona, o anche dalle parti di Ascoli, e vi va di farvi una bella camminata tra vigneti rosso fuoco, con assaggi vari, il tutto seguito da “pennetta party”, castagne, vino novello e degustazione di prodotti locali, fino alle 9.15 – ma solo se sul posto – siete in tempo per iscrivervi alla 4 km non competitiva della Corsa di San Martino, a Controguerra. Con qualcuno magari ci si vede lì, dopo la 15.

Uff, questo riandare ripetutamente al passato comincia un po’ a stufarmi (perché non è che guardare indietro sia sempre così edificante o possa da solo, con le lezioni che se ne traggono, illuminare la via presente o del futuro – se non con l’amara e incontestabile previsione, come Guido Crainz chiude la sua Autobiografia di una repubblica, che «il viaggio sarà molto lungo e molto disagevole»), ma ci sono occasioni in cui è impossibile non farlo. E oggi, per me, è di nuovo una di queste: ricorre infatti il decennale dell’inizio della mia frequenza del corso Tradurre la letteratura, che molto avrebbe inciso sulla mia successiva attività di traduttore, e anche su di me come persona. E a dimostrazione – con gli occhi di poi – che sarebbe stato uno snodo importante della mia vita, basterebbe la fortunata coincidenza avvenuta quello stesso primo giorno di lezione, con uno speciale incontro in treno (qui la versione resa nelle pagine delle “tracce”). Sotto riporto le parole con cui un paio di settimane dopo (il 28 novembre, per l’esattezza), ne avrei dato notizia sulla mailing list di Biblit (che, nata da pochi mesi, muoveva allora i primi passi, e dove all’epoca io ero perlopiù semplice spettatore). E nell’occasione non posso che salutare con affetto colleghi e docenti e amici del corso, accanto a colleghi e amici conosciuti in lista.

Premessa: quando viaggio in treno mi piace prendere alla stazione almeno un giornale straniero – tipicamente il francese Le Monde, leggero e agile nel formato, senza tanti fronzoli e ricco di notizie da ogni parte del mondo e interessanti commenti sulle questioni d’attualità – non fosse altro che per una forma di deformazione professionale – il mio lavoro principale è tradurre articoli da giornali e riviste – e soprattutto perché, abitando in provincia, le edicole delle stazioni sono uno dei pochi posti dove mettere concretamente le mani su una pubblicazione straniera.
Detto questo, il 12 novembre ero in treno – andavo a seguire, guarda un po’, la prima lezione di un corso sulla traduzione letteraria – e leggevo appunto Le Monde di quel giorno, quando a pagina II del supplemento libri del venerdì, in basso, mi è caduto l’occhio su una notizia a mezza colonna dal titolo – coincidenza della coincidenza – “Professione traduttore”, che diceva: “Per il sedicesimo anno consecutivo, questo fine settimana i traduttori letterari si riuniscono a Arles, per incontrarsi – il traduttore, si sa, è un cacciatore solitario… – confrontare le loro difficoltà, le loro passioni e discutere gli aspetti della professione”. Eccetera, eccetera.
Ma non è questo trafiletto che voglio proporvi, ma l’articolo accanto, su tre mezze colonne, che all’inizio mi era anzi sfuggito, dato il titolo un po’ enigmatico “Le blues du chevalier inexistant”, ma poi, riandandoci sopra con più attenzione, ho scoperto che era sempre dedicato al tema della traduzione letteraria e forniva un’interessante parabola della situazione paradossale che, a livello soprattutto psicologico, è chiamato a vivere il traduttore nel suo rapporto conflittuale di ammiratore-iconoclasta del testo e dell’autore.
A un certo punto avevo pensato di esplicitare il titolo traducendolo come “La malinconia del cavaliere inesistente”, ma poi ho deciso di lasciare “Il blues del cavaliere inesistente” che mi sembra più accattivante e anche più attinente, considerato che nello scrivere il pezzo forse l’autrice aveva in mente proprio la struttura di un blues. [...]

[Il pezzo, in una traduzione poi più volte rivista e variamente pubblicizzata, è qui.]

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